Il volto e l’anima
Fra tradizione e innovazione
Napoli, 10 maggio 2007
Santa Maria La Nova
PROF. RAFFAELE ARAGONA:
Dopo una presentazione tanto lusinghiera, temo che la delusione sarà grande.
Io non pensavo di dover parlare di cose della nostra città; sono, però, sollecitato a farlo dagli interventi di Titti Marrone e di Marino Niola.
In questi ultimi anni mi è capitato d’essere piuttosto attento alla realtà napoletana, anche se per fatti apparentemente marginali: la mia attenzione è stata rivolta al decoro, alla vivibilità, all'estetica, al senso civico.
In molte occasioni ho dovuto constatare come, in tema di innovazioni, sia facile che queste attentino al decoro di questa città nella quale si assiste a continue intrusioni, sia nell’assetto che nell’arredo urbano. Un fenomeno esasperato in quest’ultimo decennio; a cominciare dall’intervento operato nella Villa Comunale, forse il primo grave episodio, “firmato”, di contaminazione in tema di arredo cittadino.
Ad esso ne sono seguìti altri, sempre all’insegna di nomi “forti” chiamati a ridisegnare spazi e funzioni. Lo testimoniano, ad esempio, le Stazioni del “Metro dell’arte”, come meritoriamente viene ormai definita l’infrastruttura che molti ci invidiano. Un segno di innovazione, certamente positivo quando riflette soluzioni e allestimenti interni; discutibile, quando l’intervento si espande all’esterno e investe il territorio adiacente, che ne rimane stravolto.
Io penso che le innovazioni in una città dovrebbero comunque avvenire nel solco della tradizione e nel rispetto dei luoghi, senza sconvolgere l’esistente. Le eccezioni potranno anche esserci, ma queste devono essere davvero episodi... eccezionali, interventi specifici, operazioni uniche.
Il verde, grande assente
Rimasi molto sorpreso perciò, anni addietro, in occasione dell'inaugurazione della Stazione “Materdei”, una stazione a me cara perché ne avevo progettato le strutture. Avvertii molta emozione nel visitare l’opera ormai terminata e aperta al pubblico. Lo spettacolo era ed è quello cui meritoriamente ci ha abituati quest’opera che, una stazione alla volta, va via via completandosi ed è diventata il fiore all’occhiello della città. La sorpresa è grande, però, a Materdei, quando dal profondo si raggiunge la piazza Scipione Ammirato, la cui targa – quasi una beffa – ne riporta il nome deformato in ‘Ammirata’ (!). Lo stupore è forte. L’occhio non sa su cosa prima fermarsi: la statua colorata raffigurante un popolano con la testa nella bocca di un pesce (una carpa?) e dal titolo Carpe diem (!), i lampioni metallizzati a segnare uno stretto corridoio con panchine “anti-comunicazione” disposte “spalla a spalla” come in un vagone ferroviario, il cubo-giocattolo d’ingresso all’ascensore, l’avveniristica guglia, i mosaici policromi che ricordano drammaticamente gli chalet della Villa Comunale, i birilli-dissuasori color alluminio e dall’insolita sagoma. Grande assente il verde, ridotto in pochi vasi di creta e di plastica; al suo posto grandi tappeti circolari in lamiera con decori sopraelevati pronti a costituire motivo di facile inciampo al cammino di anziani, di intralcio al gioco dei bambini e di dolore alla vista del malcapitato passante.
Quando il nuovo stravolge la logica dell’esistente
Tutto intorno, gli eleganti e sobri palazzi primo Novecento sembrano assistere attoniti a uno dei tanti oltraggi al decoro di una città che, per sanare situazioni decennali di degrado e di abbandono, non trova di meglio che inserire elementi del tutto estranei, capaci di trasfigurare il carattere dei luoghi e trasformarli in ridicoli e colorati luna-park.
Eppure, le proteste che avevano accompagnato il “restauro” della Villa Comunale avrebbero potuto e dovuto indurre a scelte più rispettose di quanti vivono e amano questa città; una città che continua a subire interventi invasivi che ne danneggiano il carattere originario e l’eleganza che nel passato ne hanno fatto una grande capitale.
Gran parte di quel che si continua a fare rischia di stravolgere elementi che hanno una loro logica ragion d’essere. È naturale che accada così, dal momento che gli interventi sono sempre egregiamente “firmati”: è chiamato il grande artista, è dato incarico all’illustre architetto, e tutti “devono” lasciare il loro segno tangibile: per l’accesso alle stazioni non basta la semplice scala con la ringhiera ai tre lati, come si usa in altre metropoli; qui da noi deve esserci ben altro! E così nasce la “casa rossa” di piazza Cavour, la “cassa di vetro” di piazza Dante e tutto quel che verrà.
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Sms ed emoticon fanno perdere il fascino della lingua
Ero venuto a questo incontro, dicevo, con l'idea di parlare d’altro: dell’innovazione del linguaggio e del pericolo legato ad alcune nuove forme di comunicazione.
Sarà per reazione a quanto è capitato a tanti di noi sui banchi di scuola, quando tutti gli accorgimenti erano buoni per “allungare” lo svolgimento del cómpito d’italiano, sarà per risparmiare tempo, saranno i nuovi e sempre più veloci mezzi del comunicare, certo è che ormai la tendenza diffusa è quella di stringere, di accorciare.
Gli sms (Short Message Service) stanno creando una vera e propria rivoluzione nella comunicazione, specialmente tra i giovani. Al bisogno di comunicare fa riscontro il limite dei caratteri a disposizione, che costringe ad abbreviazioni d’ogni tipo, come l'ormai abusato MMM (mi manchi molto) o il TVB (ti voglio bene). Il messaggio può chiudersi con uno SWALK (sigillato con un bacio affettuoso), cui può venir da rispondere GIWIST (Gee, I Wish I'd Said That), che è come dire "ehi, vorrei averlo detto io". E se c’è qualcuno che lamenta la perdita della bella scrittura e dell’argomentazione intelligente, c’è pure chi guarda quasi con favore allo scardinamento di certe forme classiche, con la formazione di invenzioni fortemente evocative come quelle di “sciiie di sorrisi” o di “bbbaci fortissimi”, con parole che, anche se non sussurrate, potrebbero anche formare una nuova poetica e possono egualmente riuscire a dare il batticuore, a suscitare emozioni. Per non dire degli ‘emoticon’ (gli smail, da noi si dicono ‘faccine’), simboletti usati per infiorare il discorso e trasferire sensazioni particolari di simpatia, di scoramento, di tristezza, di pianto addirittura.
Oltre agli sms, ci sono le e-mail e le chat, tutte forme di comunicazione abbreviata che fanno, in realtà, perdere il fascino della lingua, perché tutto avviene con l’abbandono non solo della sintassi, della grammatica e anche dei vocaboli, che sempre più si riducono di numero.
Swift era per l’abolizione della parola
«La brevità è sorella del talento», diceva Cechov, ma in un altro senso, nel senso della concisione. Abbreviare e contrarre – forse per un maggior rispetto che abbiamo del nostro italiano – non è ancora abitudine diffusa e accettata qui da noi, dove un brandello di parola o di frase è visto come una lacerazione nel bel tessuto della scrittura. Se gli scritti classici destano ancora attenzione e comprensibilità in quanto rispondenti a studiati canoni, vi è il pericolo che una scrittura tanto ridotta possa perdere di leggibilità negli anni a venire. Si è ipotizzato, infatti, che la complessità del ragionare derivi proprio dall'uso della forma scritta. Il rischio è allora che, toccata da tali forme di contrazione, la scrittura possa passare a una condizione di destrutturazione dei contenuti.
Viene in mente un passo di Jonathan Swift a proposito del discorso abbreviato:
«Fu dapprima avanzata la proposta di abbreviare il discorso riducendo polisillabi e monosillabi ed eliminando verbi e participi… Venne poi la proposta di abolire del tutto ogni parola; ed essa fu caldamente appoggiata, in quanto di enorme vantaggio per la salute e la concisione».
Verso l’impoverimento della consapevolezza
Nel vortice dell'accelerazione contemporanea, viviamo immersi in una rete di tale velocità che non c'è un minuto da perdere. Terrorizzati dall'horror vacui, ci sentiamo obbligati a saturare il vuoto con attività divoratrici di tempo. Non si riesce più a parlare né a scrivere e, di conseguenza, neppure a leggere. Il filosofo e linguista George Steiner sostiene che è radicalmente cambiata la relazione tra tempo e parola: ora si punta a una comunicazione istantanea, senza pretesa di memoria né di perennità letteraria. E così Lothar Baier sostiene che lo scrivere come se si chiacchierasse al telefono ha portato a un incremento degli errori di ortografia e all’abbandono di ogni sintassi. Ed Erich Fromm afferma che, se vero che il linguaggio racchiude in sé una certa disposizione verso la vita ed è indicativo delle modalità del nostro fare esperienza, una sua eccessiva contrazione potrebbe condurre a un impoverimento della consapevolezza.
Parole inesistenti come ‘attimino’
E poi c’è la questione del congiuntivo. È possibile che la sensibilità linguistica comune senta come inutile l'uso del congiuntivo; è significativo, e merita di per sé una riflessione, il fatto che non si senta più il bisogno di segnare la differenza tra l'oggettività (“so che è così”) e la soggettività (“credo che sia così”). Poiché, però, nessuna lingua vive senza sfumature di significato, dovremmo chiederci quale altra complicazione l'italiano parlato contemporaneo stia introducendo al posto del congiuntivo; complicazione che forse ora ci appare come semplice sgrammaticatura, o ridondanza, o caricatura, ma che, una volta stabilizzatasi, potrebbe finire per caratterizzare la lingua sul piano espressivo ed estetico.
Esiste, ad esempio, il fenomeno rappresentato da una serie di vocaboli, che non sono assolutamente corretti e hanno preso un significato e una frequenza non dovuta, come, per esempio, ‘attimino’, una parola mai esistita e che, invece, imperversa da una decina d’anni; per qualcuno è divenuta addirittura un intercalare continuo, usato non soltanto come sostantivo, ma anche in funzione di avverbio.
I vari intercalari (‘comunque’, ‘praticamente’, ‘magari’, ‘un attimino’, ‘giustamente’, ecc.) che riescono fastidiosi, perché inutili, forse esprimono, nel loro modo inetto e balbettante, il tentativo di caricare la lingua di un'espressività che non si sa in quale altro modo tirar fuori, di sottolineare (‘comunque’), di attenuare (‘un attimino’), di rendere l’azione soggettiva (‘magari’) o oggettiva (‘giustamente’, ‘praticamente’).
Chissà che le future grammatiche non contempleranno le regole per il loro corretto uso...
Una campagna per difendere le parole in via d’estinzione
Un altro fenomeno cui si assiste è l’impoverimento del lessico. La cultura della chat, dell’e-mail e dell’sms tende anche a ridurre il numero dei vocaboli; si semplifica il linguaggio, ma si esclude una moltitudine di parole che rischiano ogni giorno di essere dimenticate e, ancor peggio, cancellate dai dizionari.
Un fenomeno, questo, per fortuna contrastato di tanto in tanto da iniziative lodevoli; in Italia c'è stata anni addietro una presa di posizione dell’Accademia della Crusca e ancora de “La Bella Italia”, con l’obiettivo di non perdere alcune locuzioni, alcuni vocaboli che andavano via via abbandonandosi nel tempo. Proprio di queste settimane è l’appello della Scuola degli scrittori spagnoli (catalani e castigliani) che vogliono salvare il maggior numero possibile di quelle parole minacciate dalla dirompente povertà lessicale, abolite o sostituite da termini stranieri.
L’appello ha avuto un’eco anche qui da noi; sul sito de “la Repubblica”, ad esempio, i lettori sono stati invitati a segnalare parole minacciate da sostituzioni esterofile, vocaboli desueti ma tuttora utili e interessanti: tra essi c’è lo stesso termine ‘desueto’. Sono vocaboli che rischiano di scomparire perché la cultura è diventata una cultura spicciola; non c'è più chi legge per abitudine e, quindi, è chiaro che viene pian piano a diminuire il bagaglio culturale e lessicale di tutti.
Proprio a proposito è l’inizio di un racconto di Tommaso Landolfi, La passeggiata, nel quale egli si divertì a scrivere tutto un brano con termini che sembrano del tutto inventati, ma non lo sono:
«La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima... Sono un murcido, veh, son perfino un po' gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l'effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina...».
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Letteratura potenziale, un gioco che non lo è
Mi resta infine da accennare all’ “Opificio di Letteratura Potenziale”, cui ha fatto riferimento Piero Antonio Toma.
È un laboratorio che, tra i vari suoi scopi, si prefigge quello di indagare sulle potenzialità della scrittura e anche quello di rispolverare particolarità dimenticate della lingua. Una sua opera molto rappresentativa è un romanzo di Georges Perec, La disparition. che ha una caratteristica particolarissima: è scritto senza mai far uso della vocale ‘e’, che in francese, si sa, è la lettera più frequente. Potrebbe apparire tutto un gioco, solo un artificio; ma non è così, perché il libro ha una sua ben diversa valenza. Tra l’altro, esso trae una sua forte motivazione dalla storia personale di questo scrittore, ebreo, che perse i genitori vittime delle stragi naziste; ma, a parte ciò, il romanzo, in ossequio a questa regola (nascosta, poiché l’opera fu recensita senza che i critici se ne accorgessero), comporta la necessaria adozione di vocaboli non di uso corrente, un uso che costituisce un vero e proprio recupero lessicale.
Il lavoro sulle regole della creatività cerca di far violenza ai luoghi comuni e alle banalità correnti in modo paradossale e sul filo di una creatività completamente libera. Se oggi vi sono più premi letterari di poesia che lettori, ciò può anche dipendere dal fatto che il pubblico non ha più consapevolezza dei meccanismi della poesia.
Il “gioco” della letteratura potenziale consiste nel portare alle estreme conseguenze acrobatiche il lavoro di scrittura, in modo evidentemente provocatorio; ma, per produrre un mutamento, la provocazione è a volte indispensabile. È anche in tal senso, quindi, che questa attività può non rimanere un “gioco” culturale per pochi, ma può assumere un valore più forte, di opposizione a mutamenti che rischiano di entrare di diritto nella scrittura e nella letteratura.
Testo registrato e riportato in stampa
su fascicolo edito a cura della napoletanagas
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