Creazioni...

 

Un attimo

Mai ti sarà nemico il fondo valle
come quel fosso verso cui un po’ tutto
del primo abisso cecità comprende.
E sì, levandosi e ignorando, brevi
tempi di qua da questo, e sì bestiali
fragori, e pur clamori lassù in alto
tu dal corpo ti escludi; e là per molto
la mente si scoraggia. Né bonaccia
fuor della fauna avverto, ecco che questo
tal piccolo rumore a quel silenzio
torno a distinguer: e trascuro il caduco,
le settimane vive, e quell’assente
e morta, e il suo tacer. Ma fuor di quella
pochezza, ora s’eleva il corpo tuo:
e il levitar t’è amaro tra quei monti.

La scrittura antonimica vuole che ad ogni vocabolo significativo di una data composizione venga sostituito il suo antonimo senza che venga mutato l’originario impianto sintattico.(1) Non si tratta quindi di far uso di “contrari” (non tutte le parole ne sono fornite), ma semplicemente di vocaboli in antitesi rispetto al testo originario.
La tecnica della poesia antonimica è stata messa a punto da Marcel Bénabou che ne ha offerto una trattazione sistematica insieme con una esemplificazione ottenuta da L’Azur di Mallarmé.(2) Non si tratta, dice Bénabou, semplicemente di un plagio alla rovescia, come lo praticò Lautréamont nelle sue Poésies; si tratta di una cosa ben diversa dall’inversione di segno; qui ogni parola viene trattata considerata in sé, salvaguardando in tal modo il carattere potenziale del procedimento, mantenendo la possibilità di ottenere sequenze del tutto inattese.(3) Ed il risultato è tanto più sorprendente quanto più è noto il testo di partenza.(4)
Può essere il caso di Un attimo, un testo svolto su una poesia-madre (L’Infinito di Giacomo Leopardi), certamente tra le liriche più conosciute.(5)

Un attimo
in Oplepiana (Zanichelli, 2002)

 

(1)     «Due espressioni sono antonimiche quando i loro significanti possono sostituirsi l’uno e l’altro in un enunciato senza modificarne la struttura, e quando i loro significati si presentano come le due specie esclusive o dominanti di uno stesso genere» (J. Pohl, Mélanges, M. Cohen, 1970). Deve a proposito osservarsi che «Non tutte le parole hanno un antonimo preciso, e anzi poche lo hanno, cosicché la poesia antonimica è un procedimento solo tendenzialmente antonimico, e perciò possibile di esiti diversi, a partire dalla stessa poesia-madre» (Ruggero Campagnoli e Yves Hersant, in Oulipo. La letteratura potenziale, Clueb editrice, 1985).

(2)     Se ne riporta di séguito, nella doppia versione, la prima quartina:

L’Azur
De l’éternel azur la sereine ironie
Accable, belle indolemment comme les fleurs,
Le poète impuissant qui maudit son génie
À travers un désert stérile de Douleurs.

La gueule
De la gueule éphémèr(e) la gravité soucieuse
Allège, laide insolemment comme l’épine
Le prosateur fécond qui bénit sa torpeur
Au sein d’une oasis fertile de Bonheurs.

 

(3)     Il meccanismo dell’antonimia ha toccato, tra l’altro, anche la musica inducendo gli oplepiani ad applicare allo spartito musicale uno speciale procedimento antonimico.
(4)     Non può non accennarsi alla trasformazione del carducciano T’odio empia vacca ad opera di Sebastiano Vassalli. Eugenio Montale ha invece subìto, ad opera di Ruggero Campagnoli, l’antonimizzazione dei suoi versi forse più noti; è questa la prima quartina:
 

Spesso il male di vivere ho incontrato
Era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

che è stata così trasformata:

Mai dal ben di morire son scappato:
fosse il lago areato che rigela,
fosse lo spappolarsi della mela
rorida, fosse il mulo inalberato.

(5)     Se ne riporta l’originale per desiderio di ordinata completezza:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 
 
   
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