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Alle fonti del Clitunno

 

A voi che tanto amor spira nel core,
Senza già mai letizia e incantamento,
In cotal giorno di sereno ardore
L’augurio intorno lo trasporta il vento:

Venti e cinqu’anni furon come ore,
In numero più alto, fino a cento,
Altri ne abbiate da passar ancora!
E pria che andiate udite il lieto accento,

Date l’ascolto a questi nostri canti,
O voi parenti della bella Ilaria.
Noi che venimmo a queste fonti in tanti

A voi volgiamo tutto il ben ch’è dato.
Tanto vogliamo dirvi con quest’aria,
O dolce Silvia, o fedel Donato.

 

L’artificio dell’«acrostico» consiste nel desumere dalle lettere iniziali dei versi di un componimento un insieme dotato di senso. Esso riesce quasi il rovescio della rima; mentre questa, infatti, traduce e pone in rilievo il ritmo, l’acrostico evidenzia un tema grafico situato in posizione opposta. Esso finisce poi per contrapporre ad una composizione primaria, completamente evidente, un secondo elemento più o meno nascosto; di qui una sorta di parentela con l’enigma, anche se in questo caso l’intento non appare sempre dichiarato.
Abbondano gli esempi del genere, non dimenticando quelli dei nostri grandi: l’Amorosa visione del Boccaccio,1 la Nicolosa bella del Bentivoglio, i sonetti dell’Amorum libri di Boiardo per Antonia Caprara, l’Hypnerotomachia di Francesco Colonna e così via fino a certe composizioni di Teofilo Folengo e di altri rimatori di quei secoli.
Pure in poesie d’occasione era frequente l’uso di acrostici per siglare tale genere di rime. È il caso di questi versi tratti da una ghirlanda di sonetti (Rime diverse di molti eccellentissimi autori, Bracciano, 1641), nei quali è pure facile ritrovare altri artifici; una brigata di amici è riunita, in una bella giornata di primavera, alle fonti del Clitunno dove, con la figlia Ilaria, Messer Donato e Madonna Silvia festeggiano un compiuto anniversario delle loro nozze.2

 

1       I tre sonetti, che fanno da Introduzione all’Amorosa visione, risultano formati dalle iniziali di tutte le terzine del poema, componendosi in una dedica a Fiammetta e ai «graziosi animi virtuosi, in cui Amor celato tiene il suo giocondo foco».
2       Nei versi è facile ritrovare altri artifici: rime riunite intorno a poche consonanti dominanti  (-ore,  -ora, -ento,, -anti, -aria, -ato), accostamenti ed allitterazioni nello stesso verso o in quello successivo (vento/venti; a cento/accento; fonti/tanti; volgiamo/vogliamo) e finanche alcune “rime al mezzo” (giorno/intorno; abbiate/andiate). Si tratta, però, in realtà, di una completa invenzione di Raffaele Aragona composta per un anniversario (il venticinquesimo) delle nozze dei suoi amici Donato e Silvia.

 

Alle fonti del Clitunno
in Oplepiana (Zanichelli, 2002 – già su “Il Mattino”, 20 aprile 1990)

 
 
   
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